Corgan alla Mole: il diario Smemoranda della musica – FOTO – VIDEO

Ti aspetti un Billy Corgan in versione post Smashing Pumpkins, con la leggenda di scontroso che lo circonda, te lo ritrovi a fare battute con il pubblico: “Ma non lavorate domani?”, pensando che a 52 anni, chi è sopravvissuto al grunge rock anni ’90, si possa permettere di dire: “Quando ero giovane pensavo di morire prima di invecchiare, cioè a 30 anni”.

Oggi i suoi 30 anni sono quelli della carriera che porta in giro per l’Italia, chitarra con la stella in spalla e pianoforte, sbarcato ad Ancona per la chiusura dell’edizione 2019 di Spilla, il Festival organizzato dalla Comcerto.

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Il concerto, aperto dalla cantautrice australiana, Katie Cole, bassista nella recente formazione degli Smashing Pumpkins, ha visto due parti: una prima focalizzata sul Corgan solista – diversi i pezzi del suo ultimo album, “Ogilala” – una seconda con sprazzi di Pumpkins, che affiorano tra i 1500 della Mole.

Guarda le foto di Matteo Sacchettoni:

C’è “Untitled”, singolo estratto dal Greatest Hits del 2001, ad aprire la strada verso le altre canzoni della formazione di Chicago, che prevede, da rito, “Tonight, tonight” e “1979”, canzoni simbolo contenute nel fortunatissimo “Mellon Collie and the Infinite sadness”, datato 1995.

“Qualcuno di voi si è innamorato con queste canzoni, altri si sono lasciati”, dice Corgan, a sottolineare che cosa abbia portato tante persone ad ascoltare un concerto in solo: un tributo generazionale. Il pensare che amori, amicizie, scoperte, e avventure abbiano avuto come colonna sonora la voce di Corgan, e come metallo prezioso la sua testa calva e lucida a ricordarci che è umano, ma appartiene ad altro paradigma di umanità.

Nella due ore di concerto c’è spazio anche per “Disarm”, contenuta in “Siamese Dream”, l’album che ha aperto le autostrade della musica al quartetto statunitense.

Quindi il tributo acustico per eccellenza, Corgan che suona “Wish you were here” dei Pink Floyd, a far cantare la corte della Mole come se si fosse davanti a un falò d’estate, aspettando l’alba. E forse l’aspettativa è la stessa: pensare che nel potere della musica ci sia la storia personale e collettiva, che nei tre minuti di ascolto ci inchiodi a un ricordo, un sorriso, una storia. Qualcosa che ritorna, sempre, come un diario Smemoranda riaperto dopo 20 anni, che diventa coro, perché cantare è un atto sociale.

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