Migranti, la miseria umana del Mediterraneo. I medici che cercano l’identità nei corpi (Video)

ANCONA – “E’ stato un lavoro che ha scavato nella miseria più profonda, tantissimi di questi corpi erano giovani. Erano tanti. Si è trattato di un lavoro che ha richiesto notevoli sentimenti di pietà, per arrivare alla fine”. Così il prof. Tagliabracci, medico legale racconta la  fossa comune del Mediterraneo, nella pancia del peschereccio eritreo naufragato due anni fa a 200 chilometri da Lampedusa. Il mare nel canale di Sicilia inghiottì quasi 800 persone, migranti. Dopo un anno il recupero del vascello: un’operazione costata quasi 20 milioni di euro. Tanto, troppo. Così per l’identificazione dei corpi che la carretta del mare custodiva,  l’appello alla buona volontà e alla solidarietà, al senso di civiltà che nulla vuole in cambio, è stato rivolto dal Governo italiano alle Università Italiane. Hanno risposto in dieci, tra cui la Politecnica delle Marche, sostenuta dagli Ospedali Riuniti. Nel luglio scorso il prof. Tagliabracci e la sua equipe nella base militare di Melilli, nel Siracusano, hanno lavorato con gli altri colleghi per il difficile compito di restituire un nome e un’identità ai resti, per dare voce ad una cicatrice, un oggetto, una fotografia, un messaggio scampato all’acqua e al sale. Il gruppo di Ancona ha identificato circa 80 persone.

Era il 18 aprile 2015, nel corridoio di fuga del Mediterraneo una delle più grandi tragedie del mare e centinaia di corpi non hanno ancora un nome, non possono più dire a quale famiglia appartengano. Ancora al mondo  accademico verrà proposto di procedere con l’analisi del Dna per tentare di ricostruire reti familiari dentro il peschereccio o per rispondere a chi è ancora in attesa di sapere, dall’ altra parte del mare.

Linda Cittadini

Giornalista professionista dal 2009, lavora per E'tv Marche, il canale 12 del digitale terrestre occupandosi di tg e approfondimenti tra cui "Sibilla, le voci della ricostruzione", progetto editoriale dell'emittente che ogni mercoledì alle 21,30 racconta la nuova vita delle persone e dell'Appennino centrale, dopo il terremoto del 2016.

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