Tra le macerie dello Tsunami, dove sorge una scuola per gli orfanelli di Chennai

La statua di un uomo che tocca il costato di un altro uomo. San Tommaso e Gesú, sulla cima silenziosa di un Monte indiano. Sotto, distante, il caos di Chennai.
Proprio quassù, quasi duemila anni fa, la punta di una lancia trafiggeva l’apostolo Tommaso, colui che volle toccare con mano le ferite di Gesù per poter credere alla sua resurrezione. In fondo, ciascun membro della delegazione del Sermit e del Sermirr giunti fin qui in India si sente un po’ San Tommaso. Questo reportage vuole toccare con mano lo stato d’avanzamento dei progetti che le due Onlus marchigiane stanno portando avanti da anni: adozioni a distanza, scuole, banchi, vestiti e cibo per i poveri.
San Tommaso e’ ancora oggi molto venerato, spiega la nostra guida don Giuseppe. Lo sperimentiamo anche noi. È’ martedì, mezza mattinata di un giorno lavorativo, eppure un centinaio di fedeli pregano e scattano foto quassù. Il soggetto più cercato e’ la reliquia del dito del Santo, quel dito che affondò la carne nella carne della ferita aperta di Gesù. Ma anche la statua di San giovanni Paolo non scherza. Il Papa Santo subito venne fin quassù per salutare un oceano di fedeli  nella visita del 1986.

Lasciamo la cima del monte San Tommaso verso la pianura. Prima della visita alla scuola di Don Giuseppe l’autista propone di passare per il lungomare di Chennai. La proposta ci stupisce un po’ ma accettiamo volentieri. Sarà bello tuffare lo sguardo verso l’oceano Indiano.
Quando arriviamo, ci rendiamo conto che non era il mare l’obiettivo del nostro autista, ma le macerie. Quelle lasciate ancora li’ dallo tsunami del 2004.
Sembra una zona di guerra: a distanza di undici anni, detriti ovunque, case diroccate, persino palazzi fantasma. L’autista indica una casa poi un’altra e ripete: tutti morti, qui tutti morti. Camminiamo sulla sabbia fino all riva. Una barca rientra dal mare. La rete è piena, per oggi una famiglia potrà mangiare.
L’India comincia a farsi sentire, nella testa e nel cuore.
E oggi non è ancora finita.
In serata raggiungeremo la scuola di Don Giuseppe. Due anni fa il Sermirr e il Sermit sono passati quasi per caso, prima del volo di ritorno per Roma. Davanti a loro una suola piccolissima, sperduta nel nulla della desolata terra indiana. “Eppure Don Giuseppe non ci aveva chiesto niente” ricorda il Presidente del Sermit Vellante. “Forse anche per quella sua grande dignità e serenità abbiamo deciso di aiutarlo”. Quell’aiuto ha fatto sbocciare il fiore di una palazzina scolastica per 500 ragazzi.

Tra poche ore il taglio del nastro.

E noi, coe avrebbe fatto San Tommaso, andremo a vedere, a toccare con mano. Perche’ la vera solidarieta’ non e’ fatta di parole, ma di mattoni.

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